San Domenico
La Chiesa di Santa Maria Maggiore è l’edificio religioso che pone più problematiche tra gli altri della città di Narni. Esso si caratterizza principalmente per la sua architettura e per l’antico titolo dedicato alla Madonna che la pone quasi allo stesso livello d’importanza della Cattedrale.
Molto poco si sa sulle sue origini, tanto che le datazioni proposte da vari storici oscillano tra il XI ed il XII secolo.
Di sicuro sappiamo che fu consacrata nel 1148 da PapaEugenio III, il quale aveva consacrato tre anni prima l’edificio dedicato a S. Giovenale. La tradizione vuole che esso sorga nel luogo dove anticamente esisteva un tempio dedicato alla dea Minerva e il riuso di conci calcarei proveniente da un edificio romano potrebbe per lo meno far pensare alla preesistenza di edifici di origine classica. La pianta dell’edificio è resa complessa da aggiunte e manomissioni; ad una lettura dell’edificio appare immediatamente la sua tipologia di carattere basilicale di tipo classico con la navata centrale più alta delle laterali. Una più approfondita analisi ci induce ad osservare un sovra dimensionamento della terza campata dei pilastri. Questa soluzione architettonica ci apre tutta una serie di prospettive sul possibile impianto originale dell’edificio: esso doveva presentare, in corrispondenza di quella dilatazione, o una navata trasversale o quantomeno un transetto.
L’ipotesi di una chiesa a pianta centrale non può non affascinare e sorprendere. L’assunzione di questo tipo di impianto nel medioevo è rarissimo nell’architettura romanica dell’Italia Centrale. Gli esempi pervenuti sino a noi sono ad Ancona con il Santo Ciriaco e la Santa Maria di Portonuovo, e, pensate un po’, a Narni con la chiesa abbaziale di San Cassiano (particolare anche per l’uso dell’arco a ferro di cavallo). Avvalorare l’ipotesi della pianta centrale anche per il nostro edificio, significherebbe rimettere in discussione le origini dell’architettura e dell’arte a Narni. La facciata è tipicamente di ispirazione basilicale si presenta come un vero e proprio palinsesto murario nel quale è appena possibile leggere l’esistenza delle tre finestre caratteristiche del linguaggio architettonico locale e i segni dell’esistenza di un distrutto portico. Tra il complesso mosaico di pietre non è difficile notare la piccola trifora di destra, caratterizzata dall’uso di marmi policromi, mentre una delle sue colonnine sembra ricavata da un arto proveniente da una scultura di origine romana se non addirittura greca. Nonostante che nel XII secolo non fosse in uso firmare le proprie opere, nella lapide posta a sinistra del portale principale, si possono leggere i nomi degli autori.
Una sorta di frontone qualifica il dissestato apparato murario. Esso è sorretto da protomi umane, animali o fantastiche, alla quali rimane difficile attribuire dei significati, magari misterici; esse sembrano riproporre caratteri d’ispirazione francese. La trabeazione classicheggiante è lavorata a palmette. La scultura interviene ancora una volta con i due episodi altamente drammatici dei due animali che alle due estremità del lungo mensolone erompono dalla parete con decisione insolita. In alto, sopra il finestrone settecentesco, un altro brano scultoreo, rappresentato da un’aquila, malamente si collega con il complesso sottostante. Ancora sul campanile emergono due sculture di periodo più tardo: un Cristo benedicente, ed una figura umana con tre volti rappresentante la SS. Trinità.
Ma il vero protagonista della facciata è il portale centrale. Composto da tre monoliti di probabile provenienza romana, esso è coperto da un arco di scarico a sesto ribassato di materiale marmoreo pregiato che sembra essere collocato a puro scopo decorativo. Tipologicamente questo portale è una vera rarità tanto che se ne riconoscono simili uno in Abruzzo ed un altro in Siria. I tre monoliti diseguali sono interamente lavorati, quasi l’autore fosse pervaso da un terrore dello spazio vuoto. Addirittura gli smussi interni danno vita a minuscoli mostruosi protomi. Al centro dell’architrave domina una croce con terminale a forma di ancora che pare generare il motivo floreale che incornicia i clipei. E’ probabile che quella croce sia intesa come albero della vita. Il resto è tutto un intreccio di girali e figure che avvolgono i tondi con le immagini degli apostoli.
Tutto appare molto scarno, molto poco vivo, quasi una scultura sviluppata su soli due piani verticali, come se l’autore del disegno fosse riuscito a dare una vitalità eccezionale che lo scultore non è stato poi capace a restituire su un materiale difficile da lavorare come la pietra calcarea. Ma se lo sguardo sembra scorrere dietro l’andamento dei girali, questo trova attimi di pausa in corrispondenza di episodi che parlano di animali affrontati, di una salita in cielo di Alessandro Magno, di cinghiali. I clipei sembrano parlare un linguaggio più complesso, gli apostoli esprimono quel sapore di modellazione e plasticità che il resto dell’opera rifiuta. Gli stipiti sono sorretti, come in Santa Maria Impensole, da due telamoni piuttosto malridotti. Piuttosto degradata è l’iscrizione che affianca: (la) EVA/M GRAN/DE PO/NDU/S (f) E/RO (con la destra porto grande peso, la sinistra occorre). Varcare il portale centrale significa introdursi in uno spazio veramente sorprendente. La grandiosità del volume interno evidenzia la diffusione e l’importanza del culto mariano in epoca medievale. Ma stupisce ancor di più, sebbene le premesse della facciata ce l’avessero già suggerito, per la estraneità ai modelli già visti in Cattedrale, in Santa Maria Impensole, nel San Martino di Taizzano. Qui gli archi a tutto sesto che sorreggono la pesante apparecchiatura muraria, poggiano su pilastri cruciformi di chiara ispirazione alverniate, e sorreggono gli arconi trasversali a sostegno delle coperture. La soluzione adottata della navata centrale più alta delle laterali, permette la sperimentata soluzione delle finestre che illuminano il largo corridoio principale.
Ad una più attenta lettura delle murature è possibile individuare le tracce di queste aperture, ma non si possono non notare delle porticine che dovevano concedere l’accesso ad un lungo ballatoio in legno, una sorta di rustico matroneo (spazio riservato nell’antichità alle donne durante le funzioni religiose). Nulla purtroppo rimane dell’antica parte terminale dell’edificio, né di quello che doveva essere il transetto innestato nella navata. Le tre absidi quadrangolari risalgono al periodo in cui la chiesa passò ai domenicani e quindi circa il XIV secolo e sono tipiche dell’architettura degli ordini mendicanti.
Di particolare pregio è il pavimento alessandrino sopravvissuto solo nella navata di destra; si può notare la pendenza originale di questo pavimento che, oltre che rappresentare simbolicamente l’ascesa al calvario di Cristo, esalta le linee prospettiche dell’interno. Le cappelle laterali risalgono al sec. XV-XIV, a quel periodo della storia in cui si sviluppò l’uso, da parte delle famiglie nobili, di seppellire i propri cari in spazi dedicati ai loro Santi protettori. Sono da riferirsi a quel periodo le prime pitture a fresco: troviamo infatti opere attribuibili al Maestro di Narni del 1409 e alla sua bottega, dipinti di artisti minori, un seguace di Pier Matteo d’Amelia, ed altri autori cinquecenteschi. Nel 1715 furono operati alcuni lavori di restauro e completamento ad opera del Cardinale Sacripanti. La chiesa fu riconsacrata nel 1728.
A questa fase dovrebbero appartenere i peducci sui contrafforti interni, il finestrone di facciata, altre aperture nella zona absidale ed alcuni arredi sacri.
La singolarità della chiesa di Santa Maria Maggiore nel complesso degli edifici religiosi narnesi è dunque davvero innegabile. La sua possenza ha fatto avanzare l’ipotesi, per altri infondata, che tale chiesa fosse stata un tempo una sorta di Cattedrale grosso d’inverno che si opponeva all’edificio extramoenia dedicato a San Giovenale. Nel 1148 fu consacrata da Papa Eugenio III e nel 1303 fu concessa ai domenicani che già avevano una loro sede poco fuori della città sin dal 1270-71. La comunità di monaci costruì qui il proprio convento nella zona retrostante la chiesa. Nel 1400-500 si svilupparono le cappelle laterali. Nel secolo XVIII si effettuarono degli interventi di restauro ad opera del Cardinale Sacripanti. Nel 1867 chiesa e convento passarono di proprietà comunale.


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